Fan Fiction

Fan Fiction


Link originale della Fiction : http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=1239488
Autrice: Selene K


A Love Suicide

Si passò la spazzola tra i capelli rosa pallido ancora una volta, osservando il suo femmineo volto stanco riflesso nello specchio. Aveva pianto, i suoi occhi erano ancora rossi e gonfi, era assolutamente impresentabile per i clienti di quella sera. Sospirò ripensando al bacio di Xanthe.
Perché doveva essere così difficile per loro?
Per loro due, amici di vecchia data, di vecchissima data. Da quando era stato venduto al Teahouse come sguattero era stato il suo unico amico.
Il solo a trattarlo umanamente.
Xanthe accese la radio; era stanco morto quella sera, si era dovuto occupare di tutti i conti della casa e ormai gli si incrociava la vista.
Linneus poi, lo faceva impazzire, con il suo comportamento indisponente. Lilith era andata da lui a lamentarsi, impicciandosi in questioni che non la riguardavano, come accadeva fin troppo spesso in quell’ultimo periodo.
Solo perché se la portava a letto non voleva dire che doveva trattarlo come il suo amante, il suo compagno, anche perché lui era sposato e stava per diventare padre.
Si coprì il viso con le mani, chiedendosi irrazionalmente cosa sarebbe successo quella sera tra lui e Linneus se non avesse saputo della gravidanza di Yvette.
Che egoista bastardo che era.
Aveva ferito Linneus per quanto tempo, frequentando Lilith davanti ai suoi occhi? Lasciando addirittura aperta la porta mentre se la scopava sopra la scrivania, quella stessa scrivania su cui posava i gomiti in quel momento.
 
Linneus stava diventando un’ossessione che lo assillava prima di andare a dormire, il pensiero fisso una volta sveglio la mattina.
Eppure lui era stato educato ad amare le donne, a comportarsi da vero uomo, a bere caffè amaro a otto anni, a non leggere a voce alta nonostante fosse un bambino, a prendere bacchettate sulle mani a scuola se l’inchiostro sbavava sul foglio.
Ma non poteva dare tutta la colpa alla sue educazione per il modo in cui aveva trattato Linneus in quel periodo.
Le note del pianoforte suonarono soffuse nell’aria della stanza; aveva già sentito quella canzone, di quel nuovo genere musicale proveniente da lontano, la voce lamentosa cantava di un amore proibito, qualcosa di cui ci si sarebbe dovuti vergognare secondo la società, ma che nella cantante non causava quel senso di imbarazzo misto a umiliazione, anzi, giustificava il suo sentimento.
I’m a victim of your charms.
Era passata una settimana e lo aveva evitato accuratamente, cercando di non incrociarlo mai lungo i corridoi, cercando di cancellare gran parte degli appuntamenti. A parte qualche cliente facoltoso non se la sentiva proprio di fare sesso con nessuno.
Avrebbe fatto infuriare Xanthe tutto questo rifiuto, lo sapeva, eccome se lo sapeva. Ma non gli importava.
Sinceramente della rabbia per la sua condotta aveva smesso di importargli da tempo.
Aveva avuto solo un cliente quella sera, e ormai era da giorni che accoglieva un cliente allo volta, rispetto ai tempi in cui dalla mattina alla sera ne accontentava cinque o sei era davvero una miseria.
Soprattutto per Xanthe che però non proferiva parola sulle perdite che la sua condotta stava causando agli affari del Teahouse.
A mezzanotte ancora non era riuscito a prendere sonno, tormentato da quella situazione difficile. Raggiunse presto al cucina, con l’intenzione di preparasi qualcosa, della camomilla magari, per dormire.
Appoggiò il bollitore per l’acqua sul fuoco e aspettò , osservando le fiamme bluastre danzare, come ipnotizzato, con la testa improvvisamente vuota, sgombra da tutti i cattivi pensieri, da tutto il male che provava.

Xanthe entrò in cucina in quel momento; silenzioso com’era, Linneus non si accorse subito della sua presenza e l’uomo si prese un istante per ammirarlo nella sua bellezza androgina, le gambe magre, nude, quelle natiche sode che aveva stretto con forza qualche giorno prima, sulla sua scrivania piena delle sue lettere, quelle che da bambino gli aveva mandato una volta alla settimana quando era in collegio.
Si girò a guardarlo, accortosi poi della sua presenza, inchiodandolo con i suoi occhi azzurri e grandi, pieno di amarezza, tristezza e allo stesso tempo di amore.
Lo stesso affetto con cui lo guardava da bambino, come un fratello maggiore, o ancora meglio, il principe del suo personale regno fatto di gioielli e corone brillanti.
“Sei ancora qui? Come mai? Non dovresti essere a casa da Yvette?”
“Dovrei sì, ma ho molto lavoro da fare, devo sempre trovare il modo di tappare i buchi che certe perdite recenti hanno causato alle entrate del Teahouse.”
Linneus si strinse nelle spalle, spegnendo il fuoco e versandosi la camomilla nella tazza bianca.
“Mi spiace causarti problemi, in questo periodo non sto bene, non mi sento in grado di accogliere i clienti come sempre…
“Non giustificarti, non ce n’è motivo. Dopo tutto è bene che i clienti siano soddisfatti, una prostituta svogliata non piace a nessuno, meglio pochi clienti che tornano piuttosto che molti che se ne vanno.”
“Già, dopo tutto è una questione di affari”, commentò leggermente seccato Linneus.
“Non sei solo una questione d’affari, Linneus”, sospirò Xanthe abbassando lo sguardo, come per scusarsi.
Una settimana prima gli aveva detto che lui era solo la sua puttana e per contro Linneus si era comportato da prostituta accettando di passare l’intera notte con quel tizio, Gilder, che lo aveva trattato come una principessa quando avrebbe potuto fargli di tutto, come accadeva spesso con gli altri clienti.

Perso tra i suoi pensieri Linneus non si accorse che l’altro gli si era avvicinato, appoggiando il petto alla sua schiena facendolo sobbalzare, la mano che reggeva la tazza tremò e rovesciò parte della camomilla.
“Oh, che disastro”, sussurrò appoggiando la tazza e facendo per spostarsi per recuperare uno straccio.
Xanthe lo fermò tenendolo per un braccio, tenendolo forte.
“Lascia stare, pulirà la servitù”, bisbigliò al suo orecchio, sfiorandolo con le labbra umide.
“Non è gentile, Xanthe…”, ribatté cercando di spostarsi dalla posizione in cui lui lo aveva costretto.
“Non puoi continuare a scappare per sempre, Linnues.”
“Non lo puoi fare neanche tu dalla tua famiglia…
Xanthe lasciò cadere le braccia ma non si arrese ad averlo; Linneus aveva ragione, non poteva fingere di non essere sposato – anche se era stato un matrimonio combinato, fosse stato per lui di certo non si sarebbe sposato con Yvette – e che sua moglie aspettasse un figlio ma non poteva neanche più reprimere l’amore che provava per lui, per il suo più vecchio amico. Linneus vedendolo arrendevole si scostò, spingendolo da parte e prendendolo la salvietta per pulire la camomilla rovesciata dal banco della cucina buttandola poi nel lavandino con noncuranza.
No, non sarebbe scappato di nuovo da lui, dovevano parlare, baciarsi, fare qualsiasi cosa perché la situazione ormai era insostenibile.
Lo prese di nuovo per il braccio sbattendolo contro il bancone, facendolo gemere di dolore per la botta al di dietro, approfittò di quel momento in cui quelle adorabili labbra imbronciate erano schiuse, pronte a chiedergli urlando che diavolo stesse facendo per baciarle.
Tenne la sua gola tra il pollice e l’indice mentre lo costringeva a baciarlo, Linneus lo spinse premendo sulle spalle, non volendo cedere al piacere di quel bacio prepotente.
Il ragazzo riuscì a spostare il viso nonostante la prepotenza con cui l’altro lo teneva fastidiosamente per la gola; aveva gli occhi languidi, lucidi e le sopracciglia dolcemente inarcate nel mezzo, con una strana espressione supplichevole.
“Lasciami, Xanthe”, sussurrò con la sua voce ancora con un che di adolescenziale.
“Davvero lo vuoi? Come volevi davvero che me ne andassi una settimana fa, dallo studio, lasciandoti lì da solo?”
“Sì!”, esclamò a un centimetro dal suo viso, gli occhi però lucidi. “Lo sappiamo entrambi che è la cosa più giusta da fare…
“Perché?”, domandò poi, stanco e amareggiato, Xanthe. Gli accarezzò il mento e poi la gola delicatamente, aggrottando le sopracciglia, implorando con lo sguardo Linneus di cambiare idea, anche solo per un’ora.
Linneus passò le dita sulla camicia grigia di Xanthe, socchiudendo gli occhi, le ciglia nere crearono un’ombra ambigua e cupa sugli occhi azzurri, che da splendenti diventarono di un blu scuro, profondo a cui lui non poteva resistere.
Si aggrappò a lui mentre Xanthe lo sollevava di peso per appoggiarlo poi sul tavolo della cucina, accarezzando le gambe lasciate nude dai sottili e corti pantaloncini che usava per la vita quotidiana.
Fintamente innocente passeggiava per la casa fingendo di non sapere gli sguardi che attirava indossandoli. Sotto non portava nulla, mutande o altro, Xanthe sentì subito la pelle setosa sotto le dita.
Si puntellò sulle mani per farseli sfilare, sorridendo per il leggero solletico delle sue dita nell’interno coscia mentre lui gli apriva la camicia con urgenza, rischiando di far saltare via qualche bottone.
Alzò le braccia per farsi togliere la canottiera, restando nudo davanti a lui, cosa che lo portò a nascondere pudicamente il viso contro la sua spalla mentre gli apriva i pantaloni.
Una mano di Xanthe scese a sfiorarlo, con movimenti un po’ insicuri, non essendo abituato a stare con un altro uomo.
“Rilassati, Xanthe. Non è tanto diverso da quando te lo fai tu, no?”
“Non faccio certe cose”, tentò di giustificarsi.
“No, già. Gestisci un bordello, non ne hai bisogno”, commentò acidamente, riferendosi agli svaghi di Xanthe con l’odiosa Lilith.
“Come siamo pungenti”, rispose l’altro afferrandogli il labbro inferiore tra i denti, tirandolo appena prima di tornare a baciarlo e accarezzarlo, afferrando con decisione l’erezione dello splendido androgino.
Linneus afferrò il bordo del tavolo e sorrise, socchiudendo gli occhi fino a chiuderli un attimo, mugolando per il piacere. Avvolse le gambe magre attorno alla sua vita, stringendosi a lui.
Cacciò indietro il senso di colpa che stava lentamente insinuandosi nella sua mente, premendogli sul petto facendolo desistere solo per un attimo.
Le carezze del proprietario del bordello però erano troppo piacevoli, i suoi baci sulle spalle, sul viso, nell’incavo del collo, la sua lingua calda e umida che sfiorava delicatamente i punti più sensibili, a piccole lappate dietro le orecchie.
Scivolò giù dal tavolo per abbassargli i pantaloni mentre lui si sfilava le scarpe per permettere poi ai piedi di passare dai calzoni e spogliarsi.
“Non so più da quanto tempo ti desidero”, sussurrò concitato Xanthe al suo orecchio mentre si abbassava i boxer.
Linneus arrossì dolcemente, sollevando gli zigomi dolci in un imbarazzato sorriso; non aveva mai sentito il suo amico parlargli a quel modo, con quel tono.
Lo fece girare, lasciando poi che si appoggiasse con le mani e il bacino al tavolo della cucina, sfiorando la fessura che divideva le due natiche sode, facendolo poi sussultare quando premette l’indice sulla sua apertura.
“Aspetta! Così mi farai solo male”, sussurrò Linneus, suo malgrado, molto esperto. “E tu non vuoi farmi male, vero?”
Quella domanda, posta con voce sottile, occhi umidi, leggermente oscurati dalle ciglia lunghe, dal taglio femminile e seducente, pareva più una richiesta di violenza.
“No”, rispose dopo un istante, leggermente incerto, scostando la mano.
Linneus si girò tra le sue braccia, avvolgendolo con le sue, accarezzandogli la schiena lentamente, lasciando baci così leggeri sul suo petto da sembrare petali, le labbra morbide sfioravano la pelle scura di Xanthe, scivolando verso il basso.
Era una visione troppo eccitante per lui, i capelli rosa pallido gli sfioravano l’addome, le mani sottili lo tenevano per i fianchi.
Linneus alzò lo sguardo, gli occhi azzurri grandi e pieni, e si lasciò scivolare sulla lingua la sua erezione, tendendosi verso di lui per inglobarlo tra le labbra, sondando le sue emozioni, socchiudendo gli occhi quando sentì la bocca piena.

Non lo faceva spesso, anche se era quello che i clienti volevano. Tanti andavano lì per l’insoddisfazione sessuale che le mogli creavano, con lui potevano fare qualsiasi cosa, oltre all’attrazione – malsana per alcuni – per il sesso anale, sapevano che con lui potevano manifestare le più segrete e intime perversioni.
Come Liard che amava prenderlo con la forza.
A lui non dispiaceva farlo, gli dava solo fastidio il modo in cui i clienti lo trattavano mentre si dedicava a quella pratica così intima.
Dopo tutto era un prostituta, non poteva pretendere chissà quale comportamento da parte dei clienti.
Le dita di Xanthe si appoggiarono delicatamente sulla sua nuca, incitandolo, con gentilezza, a continuare. Strinse le dita sulla sua schiena, portando in avanti il capo, spinto leggermente dalla sua mano, combattendo contro il forte impulso di rimettere sentendolo sbattere contro il fondo della gola. Succhiò la pelle energeticamente, muovendosi sempre con più foga, lasciando le labbra bagnate di saliva scorrere veloci. Dopo lunghi, piacevoli ed eccitanti momenti Xanthe gli prese il viso tra le mani; era decisamente troppo, Linneus inginocchiato davanti a lui, così remissivo, con gli occhi grandi e umidi.
“Vieni qui”, gli disse offrendo le mani per aiutarlo ad alzarsi.
“No, vieni tu qui…
Linneus si stese sul pavimento pulito, anche se gelido, allungando le braccia verso di lui, i capelli sparsi attorno al bel viso femmineo.
L’uomo sorrise e si tolse i boxer, stendendosi poi sopra di lui, appoggiandosi poi sui gomiti per non pesargli, lasciandosi abbracciare.
Arricciò le labbra in una dolce espressione di dolore quando lo sentì entrare; la saliva non era certo efficiente come il lubrificante, si tese contro di lui gemendo, muovendo la testa sulle piastrelle ghiacciate.
Appoggiò la pianta dei piedi sulle piastrelle, spingendosi verso di lui, andando in contro alle sue spinte sentendosi gelare e scaldare nello stesso momento.
Oh, ma cosa stavano facendo?

“Sei bellissimo, Linneus”, sussurrò sulle sue labbra schiuse prima di baciarle ancora.
Oh, era bello anche lui, Xanthe, con quegli occhi magnetici che lo fissavano, che non si chiudevano mai, durante i sospiri di piacere, per non perdersi i cambi d’espressione sul viso dello splendido ragazzo sotto di lui. Teneva le sopracciglia folte aggrottate, come se non volesse del tutto lasciarsi andare.
Linneus sgranò gli occhi, all’improvviso, afferrando le sue braccia e stringendolo con le gambe, arrestando le sue spinte.
“Ho sentito un rumore”, sussurrò impaurito, guardandosi attorno con i grandi occhi azzurri sgranati.

Axis era sceso per uno spuntino notturno, indossando solo i pantaloni – i primi che aveva trovato nel mucchio accanto a letto – sbadigliando con poca grazia e grattandosi le parti intime si avvicinò al frigorifero. Sbirciò dentro trovando quasi subito quello di cui aveva voglia; i cupcake preparati da Rory. Lo aveva preso in giro tutto il giorno, continuava a menarla a tutti con i suoi cupcake alla classa di mirtilli, così tanto che lo aveva insultato e gli aveva detta che a nessuno fotteva dei suoi dolcetti da fighetta.
Ma avevano l’aria invitante.
Ne afferrò uno con delle stelline di zucchero sopra la glassa e sorrise; profumava di frutti di bosco, era davvero meraviglioso.
Stava quasi per addentare il dolce quando vide un movimento appena accennato al suo fianco, verso il tavolo della cucina. Le luci erano accese, ma era così accecato dalla fame di dolci da non aver notato che due si stavano divertendo stesi a terra vicino al tavolo dove pranzavano o prendevano il tè dopo il lavoro.
A sconvolgerlo non fu il fatto che due persone stessero facendo sesso sul pavimento gelido della cucina ma che quei due fossero Atros e Linneus!
“Ma tu guarda! Il Padrone e Linneus!”, esclamò a voce alta, osservando il proprietario del bordello alzarsi, recuperando istantaneamente le mutande per rivestirsi.
“Axis, abbassa la voce.”
“Wow, hai capito. E io che pensavo che fossi un’amante della passera, visto che vai più tu con Lilith che i suoi clienti…
“Axis, silenzio ho detto!”
Linneus si alzò tenendo gli occhi bassi, portandosi indietro i capelli rosa pallido mentre si rivestiva di fretta, sotto lo sguardo malizioso di Axis e quello preoccupato di Xanthe.
“Torno nella mia stanza”, annunciò in un sussurro strozzato, così sottile da non sembrare neanche voce.
“Linneus! Asp- accidenti a te, Axis!”
Il rosso addentò il dolcetto tanto agognato e poi aprì le braccia, alzando le sopracciglia in un’espressione interrogativa, osservando Atros correre dietro all’altro ragazzo.
Fu solo per un attimo che Xanthe non riuscì a prendere Linneus per un braccio, inciampando nel tappeto steso lungo il corridoio che portava alle camere, si vide la porta di legno scuro chiudersi in faccia.
“Linneus”, lo chiamò appoggiandosi alla porta, cerando di aprirla. Ovviamente era chiusa a chiave.
“Ti prego, lasciami solo.”
“No, Linneus…
“Abbiamo sbagliato, siamo stati egoisti, siamo stati stupidi.”
Il moro appoggiò la fronte sul legno, sospirando così intensamente da sentire sulla porta il ritorno del suo stesso calore.
“Xanthe”, Linneus parlò ancora, dall’altra parte, appoggiato esattamente come lui all’uscio, la guancia premuta su di esso, il legno a separarlo dalle labbra di Atros. “Io ti ho sempre amato, sin da ragazzino e già allora era difficile volerti semplicemente bene. Sei sempre stato irraggiungibile, prima tuo padre, poi la scuola, poi tu che sei diventato proprietario del bordello e io una prostituta. Prima tu figlio del padrone e io uno sguattero. A quanto pare non è destino…
Dall’altra parte, nel corridoio, Xanthe si sentiva spezzare il cuore a ogni parola pronunciata tra sospiri mal trattenuti, la voce tremante dal pianto che Linneus tratteneva con tutte le forze.
“Non lo pensi davvero, sei un pessimo bugiardo.”
“Non ha importanza cosa penso o cosa provo. Tu sei sposato e tua moglie è incinta, hai delle responsabilità da prenderti alle quali non puoi sfuggire. Non è colpa di nessuno, è sempre stato così.”
“No, non…
Non aveva più parole, chiuse gli occhi riempiendosi le orecchie dei singhiozzi lievi che udiva appena, appoggiato alla porta.
“Ci siamo fatti male da soli, Xanthe.”

La porta dello studio dava sulla camera da letto matrimoniale, Yvette dormiva tranquillamente, ignara del tormento del marito, del dolore che provava ogni volta che rivolgeva lo sguardo verso di lei, causa, anche se in parte, del suo male.
Se lei non ci fosse mai stata Linneus…

“Sarebbe stato mio. Ma non come lo è ora, non come una proprietà”, sussurrò accarezzando un foglio ingiallito, una delle prime lettere che gli aveva mandato quando era stato spedito in collegio. 
Non si sarebbe arreso, anche se Linneus aveva ragione, anche se era un amore impossibile, lui era sempre stato abituato ad avere quello che voleva.
Chiuse gli occhi e scosse il capo, nascondendo il viso tra le mani.

Stava impazzendo.
Quell’amore non aveva futuro, nello stato attuale non aveva alcun destino.
Era solo un amore suicida.
Passarono quattro giorni interi prima che i due si vedessero. Il proprietario del bordello aveva lasciato l’amministrazione a Claret, per quanto riguardava clienti, appuntamenti e pagamenti ed era rimasto a casa, per la felicità della moglie e del suocero.

Quella mattina Linneus non aveva clienti e quindi si era ritirato in un angolo di giardino a potare le rose che lui stesso aveva piantato. Il ragazzo però non sapeva che era stato Xanthe stesso a liberare il suo tempo da ricchi uomini appiccicosi che volevano mettere le mani sopra il suo bel corpo androgino.
Lo osservò in disparte; aveva un dolce sorriso sulle labbra, era rilassato e tranquillo, circondato da fiori che lasciavano il loro profumo impresso sulla sua pelle, pareva quasi far parte lui stesso parte di quel mondo. Perso nella sua contemplazione non si era accorto che il ragazzo si era alzato, con un fiore stretto tra le dita, il cesto di rosa nell’altra mano e che gli si stava avvicinando per tornare nel palazzo. Solo quando fu a qualche metro da lui i loro occhi s’incontrarono.
Xanthe restò immobile, ricordando bene l’intensità di quell’azzurro mentre facevano sesso nella cucina. Linneus sorrise, con grande sorpresa dell’altro; un sorriso piccolo, appena accennato, accompagnato dal socchiudersi degli occhi.
Gli porse una rosa, allungando con un gesto elegante il braccio, facendo tintinnare i braccialetti dorati che portava al polso sottile.
“Ieri ho sentito una canzone e alla fine faceva più o meno così: Perché l’amore è innocente come una rosa in Maggio. Ed è puro bianco, come il peccato.”
Xanthe riconobbe la canzone che lui stesso aveva ascoltato quella stessa sera in cui lo aveva preso in cucina, ma non disse niente, afferrò delicatamente la rosa, che pareva tanto piccola e fragile tra le sue dita grandi.
“Torno a lavoro”, disse poi Linneus, spezzando l’imbarazzante silenzio.
“Ho cancellato i tuoi appuntamenti, puoi restare qui in giardino quanto vuoi, per oggi.”
Il ragazzo si scostò i capelli rosa pallido dagli occhi, osservandolo ancora, intensamente, cercando negli occhi color oro del suo capo lo stesso sentimento di qualche notte prima, trovandolo.
“Ti ringrazio. Mi trovi qui…se hai bisogno.”
Lo disse senza pensare, aggiungendo quella lieve sfumatura maliziosa inconsciamente, voltandosi per tornare al giardino.
“Ti cercherò…se avrò bisogno.”
Con un piccolo sorriso soddisfatto e il cuore decisamente più leggero Xanthe si portò il fiore al viso, annusandolo, immaginando fossero i capelli morbidi di Linneus.
Avevano lo stesso profumo delle rose.

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